L'Archiviaggio: Portogallo, le Residenze e i Sogni dei Migranti
Il Portogallo custodisce un aspetto inesplorato che suscita riflessioni nell'ambito architettonico: il panorama rurale delle sue regioni settentrionali e centrali. Qui, a partire dalla fine degli anni Sessanta, i portoghesi emigrati all'estero hanno eretto le "case dei loro sogni" per testimoniare il successo sociale raggiunto con sacrificio durante il loro soggiorno in altre nazioni industrializzate d'Europa. Queste dimore, spesso disabitate o incompiute, si distinguono per elementi decorativi e forme singolari, delineando un peculiare scenario architettonico che ha trovato la sua massima espressione negli anni Ottanta. Decenni dopo, questa realtà è diventata oggetto di dibattito nel campo dell'architettura portoghese, sollevando questioni sulla capacità delle istituzioni e dei professionisti di formulare strategie territoriali e modelli urbani che sappiano integrare le diverse espressioni culturali.
Nel 2017, Dinis Santos, fotografo attento alle dinamiche sociali e culturali, ha intrapreso un viaggio solitario in bicicletta, esplorando le aree più nascoste del Portogallo. Questo percorso lo ha condotto attraverso i distretti di Aveiro, Viana do Castelo e Viseu, documentando un aspetto del paese spesso trascurato. Le sue immagini, raccolte nel progetto "Um país imaginário", ritraggono abitazioni unifamiliari che sfidano le convenzioni estetiche, proponendo un'architettura vernacolare intrisa di significati profondi. Il lavoro di Santos non si limita alla mera documentazione, ma si propone di esplorare la fragilità di un territorio marcato da assenze e ibridazioni, dove ogni casa racconta una storia di lotta e speranza, riflettendo la creatività e l'immaginazione di chi l'ha costruita.
Le abitazioni immortalate da Santos possiedono un'anima propria, un carattere distintivo che le rende quasi interlocutrici silenziose. Molte di esse, sebbene disabitate, manifestano un desiderio intrinseco di comunicare con chi le osserva, invitando a una pausa e a una riflessione. Gli elementi simbolici e le decorazioni sulle facciate, come i pannelli di azulejos che narrano storie familiari o fondono iconografie religiose e nazionali, sono espressione di un dialogo profondo tra il passato e il presente, tra le radici e le nuove identità acquisite. Queste "facciate sfacciate" rivelano una complessità che va oltre il giudizio estetico, celando dietro la loro audacia una fragilità intrinseca, frutto di sogni realizzati a metà e di investimenti focalizzati sull'apparenza piuttosto che sulla sostanza.
Il percorso fotografico di Dinis Santos svela un Portogallo inaspettato, lontano dalle mete turistiche tradizionali e dalle tendenze dell'architettura internazionale. Il suo sguardo, sebbene esterno e privo di giudizio, è tutt'altro che neutrale. Esso traspare una malinconia, unita alla volontà di sfidare i preconcetti estetici e di porre l'accento sulla narrazione che emerge dal raggruppamento e dalla sequenza delle immagini. Il fotografo si immerge nella "finzione" di un paese immaginario, dove la questione dell'identità nazionale è esplorata attraverso le abitazioni, simboli di un'autocostruzione che è tanto fisica quanto identitaria. L'assenza di un'adeguata pianificazione territoriale e di politiche abitative ha lasciato spazio a un'architettura senza autore, ma profondamente significativa.
Il libro di Santos, quasi completamente privo di testo, si apre con un frammento di dialogo evocativo: "Scusi, perché ha dipinto una finestra sul muro?" "Beh, amico, quel muro non aveva finestre. Allora ne ho dipinta una". Questa conversazione, frutto di uno dei rari incontri con i proprietari, sintetizza l'essenza del progetto: la prevalenza dell'immaginazione sulla funzionalità e la reazione a un contesto in cui lo Stato è stato per lungo tempo assente nella regolamentazione edilizia. Le case ritratte diventano così un simbolo delle iniziative private e dei loro sogni, spesso non pienamente realizzati, riflettendo la contraddizione tra desiderio e realtà. Questo approccio si riflette anche nel modo in cui l'osservatore si avvicina alle abitazioni, inizialmente da lontano per poi addentrarsi nei dettagli, pur confrontandosi spesso con cancelli chiusi e silenzi. L'opera invita a riflettere su quante altre "finestre" rimarranno immaginarie e quante potranno invece essere integrate in un progetto collettivo e consapevole del futuro del Portogallo.